Concerto U2 20/07/2005
“La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello chi ti capita!”. Così diceva Forrest Gump, l’uomo più umano mai entrato nella storia del cinema. Indifferente a tutte quelle stupide cose che per molti sono le uniche importanti e sensibile solo alle piccole cose e ai grandi sentimenti. Ama Jenny e basta. Questo, e “solo” questo è tutto. Non so se la mia vita sia come quella da Forrest Gump. Forse sono più “normale” ( sempre che questa terribile parola abbia un qualche significato…) o forse no. Una cosa sola è sicura: io credo nella passione, quella che ti rende la vita impossibile e bellissima, quella che ti fa battere il cuore e ti fa dire, con gli occhi lucidi: la vita è meravigliosa.
Quello che sto per raccontarvi è la cronaca di due giorni vissuti all’insegna della musica e della passione. Musica e amore sono la stessa cosa, così come amore e follia. E’ per la passione che la nostra anima si libra sopra tutto e vola oltre il limite della nostra corporalità.
Siamo partire, Erika ed io, il 18 luglio 2005 dal binario 1 della stazione di Bordighera.
Il viaggio in treno è stato, come al solito, una lunga agonia: 5 ore di persone che salgono e scendono mentre tu te ne stai con il deretano attaccato al sedile fino al capolinea, cercando conforto nel paesaggio circostante.
Verso le 8 di sera siamo a Milano. Breve tragitto in metropolitana ed eccoci a casa! Non c’è acqua calda e il gas del forno non funziona , ma va bene così, tanto è solo per una notte. Mangiamo roba fredda che ci siamo portate da casa, sistemiamo le nostre cose e andiamo a dormire presto pensando alle erculee fatiche che ci aspettano. Ma chi riesce a dormire? Tra due giorni saremo allo stadio San Siro con altre 75000 persone per sentire e vedere la più grande rock band del pianeta! L’evento che sogno da 5 anni sta per realizzarsi e io non dormo.
È il 19 mattina e si va alla ricerca di un posto dove mangiare un pranzo caldo e sostanzioso. Uscite di casa ci imbattiamo in quel cumulo di cemento e bottiglie di vetro rotte che è Milano periferia. Entriamo in una grande Coop che è meglio di Disneyland e la visitiamo con quella nota di sacra reverenza che si riserva ad un museo. Finisce la Coop e ci buttiamo in un super negozio di scarpe che mi fa venire il mal di testa e una discreta nausea a causa della sua smisurata grandezza. Usciamo in fretta dopo aver visto la morte in faccia sotto forma di un carrello assassino. Davanti a noi ci sono solo strada e macchine. Dove mangiamo? Finalmente riusciamo a scorgere l’insegna di una trattoria che promette superbe delizie: gnocchi, ravioli, arrosti e altro ben di Dio. È davanti all’incrocio, semi-nascosta dal solitario albero della zona. Arriviamo lì a fatica a causa del caldo che sta diventando sempre più torrido con l’alzarsi del sole. La delusione è devastante quando scopriamo che quella trattoria così promettente non sarà luogo del nostro lieto pasto: chiuso il martedì. Fortunatamente lì vicino c’è un bar che serve cibi caldi. È un miraggio in un deserto di tavole fredde? No, esiste veramente e alle 12 ci torniamo per mangiare.
Arrivate a casa ci sdraiamo sul letto. Fa caldissimo e la noia ci assale. Cha fare fino alle 6 del pomeriggio? La casa non offre intrattenimenti : niente radio, niente tv. L’unico diversivo è una pila di Armoni. Mai letti ma conosciuti di fama. Facciamo a meno dei nostri pregiudizi sulla letteratura-spazzatura, abbassiamo i nostri standard qualitativi e ci accingiamo a leggerne uno. L’impresa risulta ancora più ardua di quanto ci aspettassimo e dopo circa 20 minuti di tortura ci arrendiamo e deponiamo l’Armoni prima che sopraggiunga la morte. Trovo un vecchio diario di mio cugino e mi sembra quello di uno psicopatico: ci sono solo foto di orologi, orologi e ancora orologi. E poi Milan, Milan e ancora Milan. Alzo gli occhi e vedo una raccolta di giornali che occupa per intero i due scaffali più alti: indovina indovinello… giornali che parlano di OROLOGI!! Forse è un segno divino? Un qualche Dio lassù ci vuole far riflettere sulla fugacità del tempo e di conseguenza sulla brevità della nostra effimera esistenza terrena. Non so se sia il caldo a causare le allucinazioni che mi colpiscono o se sia la snervante attesa, ma comincia ad assalirmi la paranoia: sono lì lì che filosofeggio quando Erika tira fuori da un cassetto un “Diario di Murphy” ovvero un insieme di pessimistiche affermazioni riguardanti l’essere umano: 365 pensieri negativi che, probabilmente, il signor Murphy ha deciso di scrivere per incrementare il numero dei suicidi. Bel modo per cominciare a sognare.
È giunta l’ora di dirigersi verso Il Meazza. Arriviamo a destinazione verso le 19 e prendiamo postazione stendendo il telo sul quale dormiremo davanti al cancello n° 14, uno dei quattro che consentono l’accesso al prato. Siamo ancora in pochi, circa una ventina di persone, ma non c’è da allarmarsi: al concerto mancano 26 ore. Parliamo un po’ con tutti per ingannare l’attesa: ci sono tre ragazzi, Matteo, Ugo e Andrea, e una ragazza più grande, bionda e di Cesena (anzi Sesena) di nome Cinzia (Sinzia), che di concerti ne ha già visti parecchi, ma questo è il suo primo del “Vertigo Tour”. Alle nove di sera arriva un esercito di zanzare elicotteri (da far impallidire le truppe di Bush) e ci massacra. C’è una grande richiesta di spray per abbattere il nemico. I venditori ambulanti fiutano l’affare e corrono in farmacia a procurarseli per poi rivenderli con un leggero ricarico del 100 %.
La notte scende su San Siro. I ragazzi vicino a noi cadono in un sonno alcolico e verso le 2 riesco a dormire un po’ anche io. Ma è difficile: mi sveglio ogni volta che Erika si muove. Inoltre lo sbalzo termico mi fa avvertire un freddo che non avevo previsto e per coprirmi non ho altro che uno striscione preparato per l’evento e il nostro Tricolore. Il cemento mi sta distruggendo la spalla, mi giro e mi rigiro fino a che il sonno non ha la meglio sul dolore. Cinzia non dorme. Sta appollaiata alla transenna in silenzio a vegliare su di noi. Vede “cose strane e losche” “scambi di biglietti e robe incredibili” come ci racconterà alle ore 6 del mattino del 20 luglio. Mi sveglio, mi guardo intorno e vedo corpi immobili imprigionati da sacchi a pelo. Erika si sveglia e andiamo verso il bagno: due bagni chimici che il comune di Milano ha ritenuto sufficienti per accogliere 75000 persone. Il risultato, che nemmeno la Sibilla cumana avrebbe potuto prevedere, è che alle 6 del mattino sono già quasi inagibili. Ma non fa niente: c’è sempre il ristorante cinese vicino allo stadio. Sono le 7: è ora di fare colazione. Rovistiamo nel sacchetto del cibo in cerca di qualcosa che non cammini da solo e incominciamo a mangiare della focaccia un tantino stantia. Intanto la gente continua ad arrivare. È meglio andare in bagno una seconda volta prima che sia troppo tardi. I bagni chimici questa volta sono davvero inutilizzabili, i cinesi ormai ci odiano e non ci lasciano più andare in bagno senza consumare (e sfido chiunque ad ingurgitare cibo cinese fritto alle 9 del mattino!). Per fortuna vicino allo stadio c’è un parcheggio con dei bagni a pagamento. Tornando indietro vedo i camion neri che trasportano il palco del Vertigo Tour in tutta Europa. Sono lunghi circa 12 metri e sono tantissimi. Incomincia a girarmi la testa. Dopo quest’ultima, breve, passeggiata per sgranchirci le ossa e fare un po’ di movimento, ci rimettiamo al nostro posto della coda, seduti tranquilli a parlare del più e del meno. Sono quasi le 11 quando si arriva al punto di non ritorno: gli ultimi arrivati improvvisamente decidono che non è giusto per loro essere così indietro e cercano di raggiungere la prima fila. Ci alziamo tutti di scatto per non essere calpestati e per non perdere i nostri sudati posti. Ci ritroviamo schiacciate davanti alle transenne. Fa caldo e sta per arrivare il sole, fino ad ora nascosto dietro le torri dello stadio. Apriranno i cancelli solo fra 5 ore, ma ormai non c’è più modo di sedersi né di stare più larghi. Comincio a nutrire dei seri dubbi sulla mia resistenza fisica e psicologica. Alle 12:30 il sole batte sulle nostre teste e il termometro oscilla tra i 34 e i 35 gradi. Non c’è un filo d’aria e la situazione è quasi insostenibile. Non si vedono i pompieri con gli idranti, né la protezione civile: nessuno interviene per portarci un po’ di sollievo. Iniziano le 2 ore più lunghe della mia vita. Mi alzo in punta di piedi per guardare dove arriva la folla, ma non vedo quasi niente a causa dei molti ombrelli alzati da chi cerca un riparo dal sole e intanto spera che arrivi la pioggia.
Ormai è questione di un paio d’ore e la mia mente incomincia a vagare. Nel frattempo continua la frenetica attività dei venditori ambulanti che espongono mercanzia originale (come il Kandisky appeso nel nostro appartamento) e poi misteriosamente la nascondono all’avvistamento di poliziotti e carabinieri.
Per passare il tempo seguiamo, via telefono, le vicende dell’amica di Cinzia che si trova all’aeroporto per accogliere la band al suo arrivo da Nizza. L’amica dice a Cinzia di essere riuscita a vederli e di aver dato la mano a Bono. Cinzia incomincia a piangere: quello è il suo sogno e lei non è ancora riuscita a realizzarlo.
Alle 14:45 si sente chiaramente che dentro qualcuno sta provando. È il souncheck e lo stanno facendo proprio loro! Non riesco ancora a crederci: solo un cancello li separa da me. Provano tre volte Original e quattro Vertigo. Prima la gente canta, poi si incazza perché stanno ritardando l’apertura dei cancelli e fuori non se ne può più. Smettono di suonare e si avvicinano gli uomini della sicurezza. Sono le 15:30 quando i cancelli vengono aperti contemporaneamente. Entro tra i primi, mi strappano il biglietto e comincio a correre (corri Forrest!). Erika è davanti a me. Chi arriva prima tiene il posto. Vado dritta, poi giro a destra, poi dritta, poi sinistra e poi di nuovo a destra e sono dentro l’area riservata. Ce l’abbiamo fatta! Siamo dove volevamo essere: attaccate, come patelle allo scoglio, alla transenna che circonda il palchetto alla sinistra del palco. È una posizione fantastica. Il cuore batte ancora a mille e il sole non ci dà tregua, ma sono felice, come mai in vita mia.
Ci sediamo e incominciamo a socializzare con i ragazzi seduti dietro di noi: Alex e Simone. In mezzo si piazza un francese arrivato dopo che, sentendo la mancanza della Tour Eiffel, tanto da aspirare a diventarne la copia umana, decide di stare in piedi tra di noi, immobile, fino alla fine del concerto.
Sono le 19 quando entrano in scena i Feeder. Nel prato siamo già tutti in piedi e li ascoltiamo con piacere (anche se in realtà non vedo l’ora che finiscano). Poi è la volta degli Ash che producono lo stesso genere di suono dei camion della spazzatura quando tirano su bidoni contenenti solo vetro: un gran casino per dirla spicciola. Quando gli Ash finiscono di “suonare” parte un cd di musica varia. Ormai manca poco. I tecnici controllano gli strumenti. Arriva Dallas, il roady di Edge, e lancia qualche plettro. Viene tolto il telo che copre la batteria bianca e gigantesca di Larry. Sono le 21:30, si spengono le luci e inizia “Wake up” degli Arcade Fire. 75000 persone sono in piedi adesso. Qualche secondo dopo Edge è sul palco ed è il delirio. Dopo di lui Bono, Adam e Larry che prende subito posto alla batteria. Il pubblico è impazzito e nell’aria c’è elettricità. Gli U2 sono sul palco, davanti a me. Pochi istanti ed è Vertigo, scandita da “UNO DUE TRE CATORCE!” urlato da Bono con tutta la sua energia. Il pubblico salta, balla e canta. Lo stadio è gremito di striscioni e bandiere che si agitano aumentando lo spettacolo offerto dagli spettatori, calorosissimi, di San Siro. Finisce Vertigo e non si ha nemmeno il tempo di pendere fiato che inizia I will follow, che trascina, con la sua energia vorticosa, il pubblico impazzito. Subito dopo è la volta di Electric co. Bono si mette le mani tra i capelli e agita la testa come se fosse lui, in quel momento, a subire un elettro shock. L’inglese non è una barriera insormontabile: tutti cantano ogni canzone.
Dopo il veloce set iniziale, quasi all’insegna della frenesia, gli U2 si concedono una brevissima pausa durante la quale Bono flirta con il pubblico italiano. Legge un cartellone con su scritto: Bono sexy person. Dice: “ Milano sexy people and Bono sexy person” . Vuole che tutti ballino sulle note di Elevation: “io sono irlandese, non so ballare. Voi, italiani, persone sexy, insegnatemi a ballare”. 150000 mani che si muovono insieme come un campo di fili d’erba agitati dal vento. Lo spettacolo è davvero incredibile e a Bono scappa uno wow. Edge è immobile, come inebetito da ciò che gli si presenta davanti agli occhi. Adam sorride e accenna saluti inclinando il capo.
Edge attacca alla tastiera l’intro di New Years Day che ci riporta agli anni roventi di War e del bambino arrabbiato che è dentro di noi. Bono è al centro del palco, alza le mani e incomincia a batterle velocemente: facciamo tutti come lui e lo scrosciare degli applausi pare una valanga che investe la band.
Bono dice: “Milano grazie per la bellissima serata” e “che luna bellissima”, inizia così Beautiful day che ci riporta al presente. Le canzoni e le emozioni si susseguono una dopo l’altra, le più recenti e le più datate si uniscono per creare un non-tempo da consegnare all’eternità (il concerto, infatti, è stato registrato per un DVD!)
Il momento più toccante arriva con l’esecuzione di Sometimes you can’t make it on your own, scritta da Bono per il padre morto di cancro. “Vorrei saper parlare meglio la vostra lingua” dice Bono in inglese, e poi aggiunge: “ mi sento cresciuto in una casa italiana, questa è per mio padre: Bob”. La gente applaude, commossa. Il secondo anello di San Siro ha una sorpresa speciale, preparata da U2place: quasi contemporaneamente ognuno dei presenti solleva un foglio colorato fino a formare una coreografia emozionante: bandiera irlandese – HI BOB – bandiera italiana. Hi e non Goodbye perché questo non è un addio, ma un ciao a chi è ancora tra noi, anche se solo con lo spirito. E’ per dire a Bono che non è solo e non lo sarà mai. Bono è l’ultimo dei quattro ad alzare gli occhi verso le tribune. Guarda attraverso le lenti violastre, poi si toglie gli occhiali, continua a cantare e saluta gli autori di questo spettacolo indimenticabile. Nel momento più toccante della canzone, Bono tira fuori una voce vibrante e tenorile. Canta ma è visibilmente commosso e una lacrima scende sul suo viso.
Sometimes non è l’unica canzone del nuovo disco eseguita durante il concerto: c’è Miracle Drug, dedicata agli scienziati, ai medici e alle infermiere (“soprattutto alle infermiere”); c’è Love&Peace or Else, durante la quale Larry viene a suonare proprio davanti a me. Cammina per la passerella come se fosse un modello, prende le sue bacchette e comincia a picchiettare ai lati del tamburo. Lo raggiunge presto anche Bono e insieme cantano “I need some release, release, release….we need love & peace!”. Larry torna alla sua batteria, Bono impugna le bacchette e comincia a batterle con violenza sul tamburo (Bono l’animale è per noi il suo nuovo soprannome). Ha una fascia in testa con scritto Coexist. Quando Larry attacca il potente intro di Sunday bloody Sunday, Bono batte ancora il suo tamburo. A metà canzone Edge, Adam e Larry suonano a volume minimo, mentre il loro cantante spiega deciso il significato del Coexist. La C è una mezzaluna, simbolo dell’Islam; la X è la stella di David, mentre la T è la croce cristiana. Bono si inginocchia e invoca Abramo, padre di tutti: mussulmani, ebrei e cristiani. Poi si alza e urla lo storico NO MORE, SING NO MORE insieme ad un pubblico che risponde con viva partecipazione. Non ho quasi più voce ma continuo ad urlare il mio No More contro tutte le ingiustizie di questo mondo, perché realmente mi sento coinvolta, mi sento parte di qualcosa di più grande per la prima volta in vita mia.
Il tema del Coesistere non è l’unico ad essere ricordato. Durante il concerto c’è anche spazio per “il sogno americano, europeo e asiatico che deve diventare anche il sogno africano: questa è Pride”. Milano canta per l’Africa “in the name of love” sulle note della famosa canzone. Il testo della Dichiarazione dei Diritti Umani scorre l’intero schermo di lucine alle spalle della band e davanti agli occhi del mondo. Con One Bono ricorda a tutti i presenti che bisogna costruire un futuro in cui non ci siano più persone, soprattutto bambini, che muoiono ogni giorno per la fame o per le punture di insetti, “bambini che muoiono perché non hanno stupidi farmaci che da noi si comprano anche al supermercato.” Non è più possibile tollerare questo “perché noi abbiamo le risorse, e se questo è veramente il nostro desiderio, allora dobbiamo fare in modo che venga realizzato.” Dice: “questo non è il nostro compito, noi siamo un gruppo rock. Dobbiamo chiedere ai nostri politici: Bush, Blair, Berlusconi, Chirac…(intanto il pubblico fischia i nomi dei potenti della terra). Da soli non possiamo sconfiggere la povertà. Dobbiamo farlo togheter…as ONE”. Sugli schermi appare un numero al quale inviare messaggi con scritto AFRICA. Erika me lo fa notare, così prendo il telefonino e compio questo piccolo gesto insieme ad altre migliaia di persone. Poi, come tutti gli altri, tengo in alto il mio cellulare acceso, con la mano destra. Accendini e telefonini illuminano la notte: anche questo serve a far avere meno paura del buio.
E’ un concerto rock, ma c’è anche il tempo di pregare per le vittime dell’attentato di Londra del 7 luglio. Bono ancora non lo sa, ma solo tre giorni dopo, durante il concerto di Roma, alle vittime londinesi si andranno a sommare quelle di un altro attentato, questa volta in Egitto. Miss Sarajevo è presentata così, come una preghiera e una speranza di pace, “perché non dobbiamo diventare dei mostri cercando di sconfiggere i mostri”. Un lungo applauso, il più commosso della serata, è così dedicato a chi ha perso la vita in quell’atroce e insensato attacco terroristico. Le bellissime parole della canzone, scritta dalla band per il tenore Luciano Pavarotti, sono lo sfondo ideale sul quale riflettere e piangere un pianto mesto e catartico.
City of blindino lights è un’altra canzone tratta da How to dismantle an atomic bomb e proposta per la prima volta in questo lunghissimo tour. Dal vivo è stupenda e io sono veramente pronta a lasciare la terra (to leave te ground)!
Dalle luci accecanti di New York city, alla quale la canzone è dedicata, si passa ai luoghi mistici Where the streets have no name e alle atmosfere desertiche del capolavoro degli U2: The Joshua Tree, da cui vengono riprese anche I still haven’t found (durante la quale Bono lascia cantare per qualche minuto il pubblico milanese); Bullet the blue sky, con l’assolo di chitarra che amo di più in assoluto; With or without you, canzone d’amore intramontabile, come anche All I want is you, scritta da Bono per la moglie Ali nel 1988, che si trasforma nel grido d’amore che i 75000 rivolgono al gruppo irlandese, con le braccia tese verso il palco.
I cori continuano anche quando gli U2 escono di scena per il primo stop della serata.
Una manciata di minuti e sono di nuovo sul palco, perché non ci si può fermare o si rischia di perdere il treno che porta alla ZooStation. E’ proprio con il brano di apertura di Acthung Baby che inizia la seconda parte del concerto che ci riporta alle atmosfere sexy e decadenti dello ZooTv, un grande circo di musica e immagini. Bono è piccolo sullo schermo gigante in bianco e nero. Porta un cappello da generale e marcia come se fosse un burattino a cui stanno tirando i fili. “Il tempo è un treno che rende passato il futuro”, non si può fermare, nemmeno nella più caotica stazione berlinese. E’ tempo di trasformarsi in una mosca per volare sopra tutto e avere una visione distorta e forse più reale (?) di quello che ci sta intorno. The Fly è sempre stata rivoluzionaria e moderna, come tutto il disco che la contiene, anche se fa parte di una lavoro datato 1991. Gli anni ’90, gli anni dei Media dominatori del mondo, in cui è il tubo catodico ad insegnarci che cosa è la guerra e che cosa è l’amore. Basta guardare la Tv: “whatch more TV” è la scritta che giganteggia nei maxi schermi insieme ad altri, moltissimi, slogan subliminali, come quelli di un qualsiasi spot pubblicitario. Il Bono wildiano che porta in scena la teoria della maschera (dai ad un uomo una maschera e rivelerà se stesso), dispensatore di aforismi, è ora davanti a me e io non posso fare a meno di guardarlo come rapita dai movimenti meccanici delle sue braccia da burattino rotto.
The Edge canta il ritornello di “stelle che bruciano e cadono dal cielo”, ma per me non sono le stelle a cadere: sono io che sto volando! Sono su Marte, credo, o qualcosa del genere. L’assolo di The Fly mi fa sempre questo effetto: mi gira la testa come se fossi al centro di un vortice e i piedi mi si staccassero da terra.
Non mi sono ancora del tutto ripresa (e forse non mi riprenderò mai) che si riparte da un’atmosfera completamente diversa: c’è una sorpresa speciale per noi italiani: Original of the species, suonata al completo dalla band (come rarissime volte durante il tour) con il contributo degli archi del conservatorio di Milano.
Il finale è tutto incentrato sul loro ultimo lavoro: Yahewe, eseguita in versione acustica, è nuovamente una preghiera rivolta ad un Dio che spesso sembra assente, tanto da essere anche innominabile (Yahewe è infatti uno dei modi con cui gli ebrei indicano Dio. Per il popolo di Israele è un nome che non può essere pronunciato). “Dio dimmi perché il buio prima dell’alba” sembra una domanda banale, ma non c’è retorica nelle parole di Bono.
Oramai manca poco alla fine, ma non è ancora giunto il momento di pensarci. Dalla chitarra di Edge nasce un grido di gioia, è quello di All because of you, il pezzo più rockettaro del nuovo disco. Dopo le canzoni che avevano trasformato lo stadio prima in una chiesa e poi in albero di Natale ( per le luci accese durante una ballad), il popolo degli U2 sa che è tornato il tempo per saltare e ballare. Finisce la canzone e Bono ripete la lezione di italiano appresa a Dublino da uno striscione gigantesco: ITALIAN LESSON N°1: ANCORA. Ancora Vertigo! La Vertigo bis chiude circolarmente un concerto fantastico durante il quale gli U2 hanno dato tutto ciò che potevano dare: grinta, forza, rabbia, passione, sentimento e cuore. Quel cuore che rende la loro musica così speciale, che dà alle canzoni una forza invincibile e trascinante: la forza dell’amore. Suonano forte come dei ragazzini, ma con la bravura che solo un’esperienza duratura come la loro può dare. Conservano l’entusiasmo di quattro amici che si ritrovano, improvvisamente, dopo anni di lontananza. Ma non sono mai stati lontani. Quattro uomini molto diversi tra loro che fanno musica grandiosa quando suonano insieme. E’ questo il più grande insegnamento che la band sa dare: togheter as one.
Gli U2 salutano per qualche istante il pubblico in delirio, poi spariscono dentro un nero che ci avvolge. Lo schermo, prima dispensatore di immagini e parole, ora contiene solo una scritta rossa centrale: è un corsivo con caratteri piccoli che annuncia la fine (the end). La gente continua a cantare il coro di Vertigo sperando in un bis, ma è tutto inutile: si accendono le luci dello stadio e ricomincia il cd registrato che ci aveva tenuto compagnia prima dello show.
Il più grande rock group da 25 anni a questa parte ha appena smesso di suonare in uno degli stadi più belli e famosi del mondo e la gente non sa più cosa deve fare. Siamo tutti ancora un po’ tra l’esaltato e l’imbambolato e ci dirigiamo come zombie a fare le foto di rito davanti al palco, ora vuoto, degli U2.
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